L’innovazione tramite il design

PATRICIA LUNGHI • 21.02.2018

«La ricerca di nuovi materiali e la comparsa di nuovi processi di lavorazione sono sempre stati strettamente legati alla storia del design.»

Una stampante 3D, una macchina a taglio numerico, computer, ecco che cosa serve per le sperimentazioni di Christophe Guberan. Tutto ha avuto inizio con quelli che gli piace chiamare «materiali attivi», ossia quei materiali che ha sperimentato modellando per esempio carta e acqua con una semplice stampante. La carta assume una forma, si anima, ecco perché si può definire materiale «attivo». Hydro-Fold è il titolo della sua tesi di diploma all’Ecal (Scuola cantonale d’arte di Losanna), che ha destato non poco interesse. Da allora, il designer vadese sviluppa processi di lavorazione e materiali innovativi sfruttando il potenziale delle nuove tecnologie, come la stampa 3D. Incentrato sulla ricerca, il suo lavoro si appoggia alla collaborazione con il prestigioso MIT (Massachusetts Institute of Technology), noto istituto di Boston specializzato nei settori della scienza e della tecnologia. Parallelamente, continua a sviluppare progetti di ricerca per l’industria e per diversi marchi.

Incontro con Christophe Guberan nel suo luminosissimo studio, immerso nella quiete di un grande parco di Losanna, qualche giorno prima della sua partenza per Boston.

 

Patricia Lunghi: Come è approdato al MIT?

Christophe Guberan: Quando ho avuto la possibilità di presentare il mio progetto Hydro-Fold a Milano, nel 2012, sono stati pubblicati diversi articoli. Un professore del MIT ha visto il mio lavoro e mi ha contattato. Mi ha invitato a collaborare presso il suo studio come designer indipendente. Oggi, insegno per un semestre all’Ecal e per un semestre al MIT, così posso fare ricerca ai livelli più alti e nel migliore contesto immaginabile.

 

PL: Ci spieghi il progetto Hydro-Fold e gli Active Materials.

CG: Mi piace ripensare le materie esistenti e il modo in cui utilizziamo questi materiali, anche i più semplici. Per esempio, sappiamo che la carta è sensibile all’umidità e che reagisce all’acqua. Ma come si fa a controllare questo fenomeno? Ho provato a mettere l’acqua su vari tipi di carta, ho scoperto che se volevo ottenere una certa piega che prendesse forma in autonomia, dovevo mettere una certa quantità d’acqua in un punto preciso del foglio. Così ho provato a stampare mettendo l’acqua nelle cartucce. Ho constatato che il foglio si ritrae assciugandosi e che si curva creando varie strutture e forme. Succede lo stesso con il legno e il tessuto. Questi materiali mi affascinano perché si trasformano da soli da forme piatte a oggetti tridimensionali.

Oggigiorno si possono programmare macchine e computer, ma quello che vogliamo noi è programmare i materiali perché prendano forma da soli. Sappiamo che il legno si curva naturalmente per effetto dell’acqua, ma l’idea sarebbe di poter controllare la direzione delle fibre del legno per mezzo delle nuove macchine.

 

PL: La Sua ricerca è incentrata soprattutto sui materiali, ma Le interessa anche l’oggetto?

CG: Sì, io adoro l’oggetto! Mi interessa indagare sul modo per produrlo e per consumarlo. Credo che questi aspetti siano strettamente legati alla produzione. Nel mio studio di design, abbiamo un dipartimento dedicato a ripensare la materia e il processo industriale, utilizzando le nuove tecnologie. Allo stesso tempo penso che sia importante ricordare l’aspetto pratico dell’oggetto, elemento che non voglio perdere di vista.

 

PL: Quali tecniche trova interessanti?

CG: Gli Eames hanno sviluppato tecniche proprie per lavorare il compensato, è affascinante. Anche se cambiano gli strumenti, penso che un buon design debba essere correlato alla produzione, alla materia e all’estetica. Per me, la tecnologia 3D rappresenta un territorio nuovo, in cui operano principalmente gli ingegneri, con la conseguenza di estetiche piuttosto fredde. Ma qual è l’estetica che vogliamo ottenere da questa tecnologia? E poi, per me, è fondamentale interagire con la macchina e i materiali, senza stare tutto il tempo al PC per realizzare i modelli 3D.

 

PL: Lei parla molto di nuovi processi di lavorazione, ma come vede il futuro della produzione?

CG: Oggi, come peraltro nel prossimo futuro, la produzione degli oggetti sarà stravolta. Per quanto tempo importeremo ancora oggetti in plastica iniettata dalla Cina? In futuro, i prezzi delle macchine cambieranno ed è importante rimanere al passo con l’evoluzione della stampa 3D. Nel nostro sistema di produzione industriale classico, si produce in quantità enormi. Uno dei parametri della robotizzazione e della stampa 3D (parliamo di «digital manufacturing») è la possibilità di produrre sul posto, come già avviene in ambito medico. Adidas sta studiando la possibilità di creare fattorie di produzione (production farms) locali. Si parla molto di prodotti alimentari a km 0, ma bisogna pensare anche al concetto di prossimità per quanto concerne la produzione degli oggetti.

 

PL: Ci spiega il concetto di «new tools for new generations»?

CG: Si tratta di capire come integrare le nuove tecnologie nel lavoro e trovare il modo di impiegarle come strumento di comunicazione. Secondo me è importante che le persone abbiano accesso all’informazione. I nuovi media rappresentano un altro modo di diffondere le informazioni: ho un’idea, ho le macchine per realizzarla, ne faccio un video che permetterà di mostrare i processi e diffondo il tutto in Internet. Così ho postato il video che mostra la stampa ad acqua su foglio di carta, materiale che asciugandosi si trasforma in una struttura 3D. La sequenza è stata ripresa in vari blog ed è stata vista da un pubblico piuttosto ampio, fra cui alcuni marchi che mi hanno contattato per certi progetti di ricerca. È così che sono stato scoperto da un professore del MIT. E non temo di essere copiato, perché tutti i miei progetti tecnologici sono legati al MIT e protetti dalla proprietà intellettuale.

 

PL: A quali progetti lavora in questo momento?

CG: Il progetto Active textile propone un’alternativa alla produzione classica delle calzature utilizzando la stampante 3D, combinando perciò la stampa 3D e i materiali tessili. Questo progetto mi ha fruttato varie collaborazioni, in particolare con la designer Camille Kunz, per un progetto con un noto designer di moda giapponese. Sto lavorando a un prototipo di scarpa anch’essa prodotta a piatto e sono in corso numerosi altri progetti con marchi di attrezzature sportive. In questo settore, il potenziale di sviluppo è enorme, ma non posso dire di più, né fare il nome dei marchi. Anche se non sono uno stilista, mi piace lavorare a progetti di abbigliamento o gioielleria in cui sia presente l’interazione con il corpo.

Christophe Guberan

Christophe Guberan ha 32 anni ed è un designer di prodotti con sede in Svizzera. Il suo lavoro è il risultato di prove materiali e osservazioni. Questo interesse inizia durante gli studi di disegno architettonico e viene ulteriormente coltivato come designer industriale all’ Ecole cantonale d’ art de Lausanne ECAL.

Fotografia: Cristophe Guberan, Pedro Neto (Portrait)